I racconti di Braccio

La valle del paradiso

 

Agli inizi del mio lavoro, nei primi anni sessanta del secolo scorso, andavo spesso a trovare il medico condotto dell’ultimo paese in fondo alla valle di C.

La strada per arrivarvi, tutta curve, non finiva mai, e il buon medico che aveva da fare praticamente solo con montanari ingrugniti e poco loquaci, mi accoglieva sempre con gioia e simpatia. Un giorno mi chiese perché mai percorressi tutta quella strada, anche d’inverno, per arrivare fin lassù.

–          Il fondovalle e la città sono pieni di medici, più comodi da visitare. Perché diavolo vieni fin quassù? E’ una scelta tua o è una direttiva dell’azienda per la quale lavori?-.

–          No, no, è una scelta mia, nessuno mi obbliga a fare così tanti chilometri. E’ solo la mia passione per la caccia in montagna. Quando c’è questa passione, la tua meta è salire, salire, sbucare in una valle, in un’altra ancora. Un’ ansia mi divora di vedere posti nuovi dove m’illudo di essere il primo a scoprirli. E poi sono solo col mio cane e l’illusione di essere il padrone di questo mondo-.

Come finisco di parlare il dottor M. si alza dalla poltrona della scrivania e mi accompagna dentro la sua casa. Come apre la porta rimango fulminato, perché nell’anticamera, sopra la porta che dà sul salone, mi guarda un gallo forcello imbalsamato, con la sua brava coda a lira tutta spiegata, quasi stesse rugolando; poi nella sala, sopra il camino, fa bella mostra un maschio di coturnice così grosso da parere finto e una bella beccaccia.

Il dottore mi guarda di sottecchi e si gode il mio stupore e la mia ammirazione. Poi non contento, mi porta sul retro della villa, dove c’è il giardino e un canile dove, sopra la cuccia di legno, si gode il sole un bel setter bianco arancio che, quando ci vede, comincia a correre su e giù, fin che, liberato, fa dei salti di gioia intorno a noi. Poi mi annusa con grande interesse.

–          Vedi, mi dice il dottore, ti sta annusando perché sente sicuramente l’odore del tuo cane.-

–          Sente l’odore di Kira, la mia pointer. Devo avere gli abiti molto impregnati del suo “profumo”. Questa è l’ennesima dimostrazione che i cani hanno un naso mille volte più potente di quello dell’uomo-

 

L’inizio di un’amicizia

 

Rientrati, M. affronta subito l’argomento e benché abbia almeno trenta anni più di me, mi dice:

–          Da questo momento ci daremo del tu, come si fa sempre tra cacciatori e poi combiniamo subito per l’apertura della caccia in montagna. Tu vieni su il sabato, la casa è grande e ho posto per farti dormire. Kira la mettiamo con Tell così si conoscono. Assicurati solo che non sia in calore, se no da buon montanaro te la “ingroppa” subito. Io finalmente ho un compagno per andare in montagna, così mia moglie si tranquillizza. Mi dice sempre che ormai sono vecchiotto, e non è prudente andare da solo.-.

Non mi faccio ripeter l’offerta e il sabato prima dell’apertura mi presento da M. con Kira al seguito. Tell l’annusa per bene sotto la coda, Kira ringhia per un po’, poi si mettono a correre e a giocare. L’amicizia, con grande gioia mia e del dottore è fatta.

L’indomani, via si parte. E’ una splendida giornata di settembre e, da dove lasciamo la macchina ci vuole almeno un’ora, mi dice M. per arrivare sul posto di caccia. Davanti a noi sul sentiero che sale, vediamo una lampadina che oscilla evidentemente in mano a dei cacciatori che ci hanno preceduto.

–          All’apertura è sempre così- mi dice M. ma, come tu sai, la caccia si fa con calma, di mattina presto la selvaggina spesso si sposta dai siti notturni per andare al pascolo. Noi andremo a visitare un paio di posti dove so che ci sono delle nidiate di galli-.

La valle è immensa e bellissima. Non avrei potuto immaginare niente di più perfetto. Kira e Tell si muovono in perfetta armonia e incrociano avidi in mezzo ai rododendri. Sono presto in ferma, poi gattonano felini.

–          E’ la femmina che li trascina via, stai al culo ai cani che possono partire da un momento all’altro-

Infatti con simultaneo fragore partono dei bei galli, femmine e maschi, già molto formati e io, che sono sotto, riesco a tirare a un bel novellotto che Kira mi porta trionfante.

La caccia prosegue con diversi incontri, ma vedo che M. non spara sulle nidiate. Quando gli chiedo il perchè mi risponde che considera quei galli come suoi e li vuol far diventare adulti maturi, per cacciarli poi a fine ottobre. Mi adeguo anch’io. In fondo sono nei suoi territori. Lui per premiarmi mi dice allora che andremo in fondo alla valle a cercare coturnici. Conosce ovviamente i posti più vocati a questo selvatico, che tanto io che lui poniamo in cima alla perfezione della caccia in montagna. I forcelli in fondo, quando sono ancora in nidiata, sono abbastanza facili, reggono la ferma del cane e non sono un tiro difficile. Quando a stagione avanzata, da ottobre in poi, si sbrancano, diventano molto diffidenti, soprattutto i maschi vecchi che sono quelli più ambiti dal cacciatore. Anche se hai un cane superprudente, sull’emanazione, spesso partono fuori tiro e molte volte, l’abbattimento è frutto del caso o di un buon appostamento del cacciatore a valle.

Alle cotorne è la vera caccia in montagna. Il terreno dove vivono, sempre durissimo, in mezzo a strapiombi da far paura. Ma quello che più ti dà l’adrenalina è il rumore al frullo, quasi metallico, il tiro sempre difficile, che se non anticipi molto, non becchi penna. E, quando colpisci, il riporto del tuo cane di questo stupendo animale rotolato duecento metri sotto è la perfezione assoluta. Mai ho sentito battere il cuore così forte come con loro. Quando ne prendo una dopo una salita col cuore in gola per servire i cani in ferma in un canale, mi siedo ansimante e me la rigiro tra le mani ancora tremanti e la bacio.

–          A cosa paragoni questo piacere?- mi chiede  M.

–          Sicuramente al primo bacio della mia gioventù- gli rispondo.

Arriviamo dopo un paio d’ora di caccia in fondo alla valle, e io vedo che a sinistra se ne apre un’altra che mi sembra molto profonda tanto che non ne vedo la fine.

–          E questa che valle è?- chiedo al mio compagno di caccia.

–          Questa è la valle del Paradiso- , mi risponde lui,- da qui per arrivare ai posti di caccia ci vogliono ancora tre ore di cammino. Vedi il sentiero che sale dove la valle si restringe e c’è quella cascata proprio sopra il passaggio, che se c’è molta acqua per passare devi bagnarti? Lì il sentiero sale diritto come una scala che ti toglie il fiato, e quando sei in cima, hai ancora quasi due ore per arrivare alla baita del “Nasun”. In quella valle, come capirai, non ci caccia nessuno tanto è duro e lungo arrivarci. E’ come avere un paradiso tutto tuo e inviolabile.

Mentre scendiamo a valle, rimugino queste parole, la visione, o il sogno? della valle del Paradiso non mi abbandona. Arrivati a casa tempesto il mio amico di domande per avere informazioni più precise. Ormai ho deciso: voglio scoprire questo paradiso. Sento che da domani me lo sognerò tutte le notti.

 

La valle del Paradiso

 

Le informazioni brutali sono queste: da dove siamo arrivati noi, due ore buone di cammino, senza cacciare, ce ne sono almeno altre tre per arrivare alla baita del Nasun a 2200mt, al centro della valle. Totale cinque ore, e altrettante, stanco morto, per il ritorno. Ne consegue che bisogna inevitabilmente partire il sabato per arrivare prima di buio.

Ci rimugino un po’, ma poi ai primi di novembre, decido di fare la spedizione. M. ci rinuncia, mi guarda quando gli esterno la mia decisione, mi dice che sono matto e che se mi succede qualcosa mi ritrovano la primavera successiva, ma in fondo vedo che m’invidia. Dice solo: -beata gioventù!-

 

Parto sabato primo novembre, il più leggero possibile: fucile, cartucciera, sacco a pelo, maglia e camicia di ricambio, viveri spartani: grana, lardo, una minestrina in busta, un quarto di vino, quattro bustine di tè, zucchero.

Affronto la salita con Kira ai piedi. Non voglio digressioni e distrazioni lungo il cammino. Dopo due ore e mezza sono sotto la cascata. Per fortuna non è piovuto e passo sotto indenne. Il sentiero è veramente dritto e procedo ansimando passo dopo passo. Dopo un’ora buona arrivo all’imbocco della valle. E’ una piana lunghissima e bellissima con tutti i colori dell’autunno. In fondo, ancora lontana vedo la baita. Vi arriverò mai? Il terreno è ora abbastanza pianeggiante e la fretta di arrivare mi fa allungare il passo. Prima della baita mi prende l’angoscia. E se fosse chiusa? Per fortuna no. Con un calcio apro la porta ed entro in questo antro che sa solo di fumo. Trovo per fortuna della legna e accendo un fuoco. Il fuoco è vita, è calore. Mi sento meno solo. Esco a guardare il tramonto rosso e per sentire il vento che sale da valle. Ora sono veramente felice. Mangio con Kira al fianco, mi permetto il lusso del poco vino che ho portato, mi faccio un tè caldo. Fuori è ormai buio. Esco a pisciare e così sento il mio corpo sano e giovane che mi risponde. Sopra la testa l’incredibile spettacolo delle stelle che mai da una città guarderesti. Sono solo sotto la loro cupola.

Mi ritiro nel sacco a pelo vicino al camino abbracciato a Kira che mi dorme al fianco su un po’ di paglia. Ci addormentiamo di botto.

Credo sia passato poco tempo, quando sento Kira che si muove. Mi alzo ed invece vedo, dal chiarore rosso a oriente, che è prossima l’alba. Mi faccio un tè caldo sulle braci del camino, lascio tutto quello che non mi serve nel sacco nella baita ed esco ad ascoltare. Dopo poco la valle è tutta un cicaleccio di cotorne…cerlek, cerlek, cerlek. Vorrei partire subito, ma l’esperienza mi fa calmare. Di primo mattino gli animali sono agitati e presto partiranno per i luoghi di pastura. Intanto mi godo questo paradiso che è tutto mio. I colori cambiano con la luce, e persino il vento mi porta gli odori della montagna. Aspetto che ci sia silenzio, e che il sole sbuchi dalla vetta di fronte e poi via, slego Kira che parte frenetica ed è quasi subito in ferma. I voli e i tiri si susseguono. Kira ferma e riporta e io mi ritrovo in una trance agonistica in questo paradiso tutto mio. Il carniere fu pesante, ma non fu quella la gioia più grande, ma quella di essere il padrone per un giorno della valle del Paradiso. Come da un sogno mi risveglio che è già mezzogiorno passato. Mi occorreranno più di cinque ore per arrivare al punto di partenza, stanco e con lo zaino carico. Quando mi prende il buio, con la piccola lampadina quasi spenta seguo a malapena il sentiero che mi porta a valle e con gioia vedo un’altra luce che viene verso di me. E’ il mio amico M. che, preoccupato mi viene incontro, mi abbraccia senza parlare e mi dice solo: -mi racconterai dopo.-

Giorgio Bracciani

bracciani.giorgio@tiscali.it

 

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